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Il dominio della sistemica è grande poichè include tutte le relazioni umane, esso s’interessa del modo come queste possono diventare dannose, portando disordini e patologie, e altresì formula proposte per rimediarvi.

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Intrecciando costantemente riflessioni teoriche e casi clinici, e proponendo, sul piano teorico e tecnico, l’incontro tra psicoterapia relazionale-sistemica e psicologia psicoanalitica del Sé, questo libro cerca possibili risposte a tali domande, interrogandosi sulla natura più profonda dell’incontro al maschile, nel setting terapeutico.
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Tra austerità del welfare e riduzione della spesa sociale, è possibile cambiare le strategie di intervento dei servizi sociali? Che cosa possono fare gli assistenti sociali? E come? Da questi interrogativi nasce l’idea di un volume, fondato sul rigore teorico e metodologico, che non eluda la domanda chiave: che cos’è e come si attua il servizio sociale di comunità?
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Attraverso il racconto autobiografico, lo scrittore ci prende per mano e ci fa percorrere in un lampo eventi e situazioni con lo stato d’animo di chi vuol sapere cosa succederà e come andrà a finire il viaggio.
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Com’è raccontata, descritta e sceneggiata la professione di assistente sociale nei media? E quanto del suo lavoro e della sua identità professionale rimane in ombra? Il volume tenta di dare risposta a tali questioni, analizzando numerosi brani tratti da romanzi e da sequenze cinematografiche, non solo da un punto di vista meramente testuale, ma anche come strumenti che permettono di interrogarsi sulla rappresentazione sociale della professione.
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Gli autori applicano al lavoro riabilitativo in psichiatria di comunità un pensiero di tipo relazionale, volto a connettere costantemente elementi, persone e sistemi che partecipano al percorso di cura.
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E’ disponibile il libro di Edith Goldbeter “Il lutto impossibile ” per informazioni potete rivolgervi alla segreteria dell’Istituto Emmeci.
Storie di bambini non ascoltati e non curati, capaci di condizionare drammaticamente, dall’interno, i giovani e meno giovani nei quali continuano a vivere, finché il lavoro terapeutico non riesce a raggiungerli, “perché quelli che curiamo anche quando curiamo pazienti adulti sono, alla fine, i bambini feriti che ancora piangono dentro di loro”.

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In questo libro, che è il seguito naturale di La cura delle infanzie infelici, Luigi Cancrini propone cinque storie, raccontate in prima persona dai bambini che le hanno vissute.

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Il libro riprende l’esperienza dei didatti del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale e approfondisce i percorsi e gli strumenti della formazione in psicoterapia.
La tela di Penelope è la tela, che sempre si disfa e sempre si ricompone, delle situazioni, delle trame narrative, dei meccanismi di cui sono sostanziati i processi interni alla vita familiare, nella normalità così come nella patologia. È questa la metafora portante del libro di Bruni e Defilippi che, nel tracciare la storia della terapia familiare in Italia.
È noto che Freud teneva con sé nello studio, durante le sedute con i pazienti, il suo cane chow chow, e nella storia della psicoterapia non è infrequente incontrare personaggi che hanno avuto un rapporto significativo con un cane o con altri animali. Nell’intento di verificare l’ipotesi che questa esperienza contribuisca ad acuire la sensibilità clinica e la capacità di empatia, l’autore si sofferma sulla presenza, reale e simbolica, degli animali nella vita quotidiana dello psicoterapeuta e nel suo lavoro, coinvolgendo undici tra psicoanalisti freudiani e junghiani, psicoterapeuti cognitivisti e sistemico-relazionali, che raccontano il rapporto di “amicizia” che hanno con i loro animali dentro e fuori la stanza di terapia.
Quando lo spazio di incontro fra la richiesta di aiuto e i terapeuti è totalmente occupato dal problema presentato, come trovare la distanza giusta? Bisogna per empatia contrattare senza condizioni la richiesta presentata o per obiettività relativizzarla? I contenuti del libro vogliono essere una risposta analogica alla ricerca di una distanza adeguata alla richiesta di aiuto. I metodi di interviste sistemiche chiamati “oggetti fluttuanti” determinano uno spazio creativo che permette ai terapeuti di stimolare e valorizzare la specificità e la capacità di ciascuno, in modo che diventi protagonista nella relazione terapeutica e prenda in mano il destino della propria esistenza.